Aforisma del giorno

Credi in Dio con la fede di un bambino; perché la semplicità unita all’intelligenza è il segno dei Santi

Bowl of Saki, 27 Febbraio, Hazrat Inayat Khan.

STORIA JATAKA NO 7. IL GIOVANE PAPPAGALLO

In cima a una collina c’era un bosco di alberi di seta e cotone, ed in quel bosco viveva uno stormo di pappagalli con il loro re e la loro regina. Il re e la regina avevano un giovane figlio bellissimo, più bello di qualsiasi pappagallo al mondo!

Il tempo passava e mentre il Re e la Regina invecchiavano il giovane pappagallo cresceva magnifico e imponente più di qualsiasi altro pappagallo al mondo.

Un giorno disse ai genitori: “Miei cari, ora che sono cresciuto e sono forte vi porterò io il cibo dai campi.”

E ogni mattina volava con lo stormo verso i campi di riso. E dopo avere mangiato con gli altri, metteva nel suo becco un’abbondante porzione di chicchi da portare a sua madre e a suo padre.
Ma un giorno i pappagalli trovarono un campo meraviglioso, più fertile di ogni altro. E da allora, per mangiare andarono lì.

“Devo dire al mio padrone che i pappagalli stanno mangiando il suo riso,” pensò il contadino.
Si recò quindi dal proprietario del podere e disse: “Signore, il nostro campo è fertile e il riso è davvero il migliore di quello di qualunque altro campo. Ma uno stormo di pappagalli viene ogni giorno a nutrirsi dei chicchi, e uno di loro, il più bello di tutti, dopo averne mangiato una gran quantità,si allontana col becco pieno di riso per farne provvista.”

Il proprietario della tenuta allora fu preso dal desiderio di vedere questo uccello che portava via il riso.

“Costruisci una trappola con la criniera di un cavallo e cattura quel pappagallo,” disse al contadino, “ma portamelo vivo.”

Il giorno seguente, il contadino sistemò la trappola, e, mentre atterrava, il giovane pappagallo si sentì afferrare le zampe sottili. Non urlò, né chiese aiuto perché pensò: “Se i miei compagni sanno che sono stato catturato si spaventeranno e non mangeranno. Devo aspettare fino a quando non avranno finito di mangiare e poi li chiamerò.”

E quando ebbero finito lui li chiamò, ma nessuno venne ad aiutarlo; per la paura, tutti volarono via.

Fu lasciato solo e pianse lacrime amare.

“Che cosa ho fatto?” pensava. “Perché mi hanno abbandonato?”

Poco dopo il contadino giunse alla trappola e con gioia afferrò l’uccello esclamando: “ Eccoti qua, sei proprio quello che volevo catturare”, e lo portò al suo padrone. Il proprietario del podere con gentilezza prese il pappagallo tra le mani.

“ Mio caro uccello,” disse, “hai una piccola fattoria da qualche parte? E’ lì che nascondi il riso? Quando hai mangiato dal mio campo, voli via col becco pieno di chicchi, piccolo uccello birichino!”.

Il pappagallo rispose con una dolce voce umana:
“Un dovere ogni giorno io assolvo,
un tesoro con amore io conservo.”
“Dimmi,” disse il proprietario della tenuta “quale compito onori e che tesoro conservi?”
“Il mio dovere”, rispose il pappagallo, “è portare cibo ai miei vecchi genitori che non possono volare; il mio tesoro è una foresta d’amore. In tale foresta, i deboli sono aiutati dai più forti e cibo viene dato agli affamati.”

Nel sentire queste parole l’anziano uomo sorrise. “Il campo è tutto tuo” disse, “ Torna subito dai tuoi genitori che ti stanno aspettando. Ma torna pure nel mio campo ogni giorno.”

L’uccello meraviglioso volò veloce verso il bosco dove i genitori lo stavano chiamando. E tutti gli altri pappagalli si radunarono intorno a lui per ascoltare la storia del giovane pappagallo. Da allora tutti i pappagalli dei boschi si sentirono uniti tra loro, e vissero felici per sempre.