Aforisma del giorno

Un re è sempre un re, sia che indossi una corona ornata di pietre preziose sia che indossi gli abiti di un mendicante.

Bowl of Saki, 19 Gennaio, Hazrat Inayat Khan.

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Il Gruppo di Studio si propone di approfondire la conoscenza del Messaggio Sufi d'Amore , Armonia e Bellezza di Hazrat Inayat Khan in stretta, fraterna, costante collaborazione con the The Sufi Message -USA e l'amorevole guida di MURSHIDA NURIA STEPHANIE SABATO

Il Gruppo si occupa anche di pubblicare traduzioni italiane autorizzate di testi di Hazrat Inayat Khan italiano. Nella speranza che questo Messaggio di Libertà Spirituale porti consapevolezza nuova e viva alle nostre esistenze umane.
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LA COPPA DI SAKILA VITA INTERIORE L'UNITA' DEGLI IDEALI RELIGIOSIMISTICISMO SUFILO ZIKAR CANTATO GENTILEMEMORANDAPREGHIERE SUFI

Gratitudine


La gratitudine nel carattere è come la fragranza nel fiore. Una persona in cui la gratitudine sia assente, per quanto istruita e qualificata nel lavoro della sua vita, è priva di quella bellezza di carattere che rende fragrante una personalità. 

Se rispondiamo ad ogni piccolo atto di gentilezza con riconoscenza, sviluppiamo nella nostra natura lo spirito di gratitudine; e imparando questo ci eleviamo allo stato in cui incominciamo ad essere consapevoli della bontà di Dio verso di noi, e per questo non possiamo mai essere abbastanza grati alla Sua compassione divina. 

Il grande poeta Sufi, Sa'di insegna che la gratitudine è il mezzo per attirare il favore, il perdono e la misericordia di Dio su di noi in cui si trova la salvezza della nostra anima. C'è molto nella vita per cui possiamo essere grati, nonostante tutte le difficoltà e i problemi della vita. 

Sa'di dice:" Il sole, la luna, la pioggia, le nubi son tutti impegnati a preparare il cibo per te. È davvero ingiusto se non lo apprezzi nella riconoscenza.” 

La bontà di Dio è qualcosa che non si può imparare a riconoscere immediatamente; occorre tempo per comprenderla. Ma i piccoli gesti di gentilezza che riceviamo da chi ci circonda possiamo riconoscerli, e possiamo essere grati se vogliamo esserlo. In questo modo l’uomo sviluppa gratitudine nella sua natura, e la esprime nei suoi pensieri, nelle sue parole, nelle sue azioni come una squisita forma di bellezza. Finché si pesa e si misura e si dice: “Quanto ho fatto per te” e “Quanto hai fatto per me”, “Come sono stato gentile con te” e “Come sei stato buono con me”, si spreca il proprio tempo discutendo su qualcosa che è inesprimibile a parole; inoltre, con ciò si chiude la fontana di bellezza che sgorga dalla profondità del proprio cuore. La prima lezione che possiamo imparare sul sentiero della riconoscenza è dimenticare completamente quello che facciamo per un altro, e ricordare soltanto quello che l’altra persona ha fatto per noi. Durante tutto il cammino sul sentiero spirituale la cosa essenziale da realizzare è dimenticare il nostro falso ego, affinché in questo modo possiamo arrivare un giorno alla realizzazione dell’Essere Che noi chiamiamo Dio. 

C’è una storia di uno schiavo di nome Ayaz, che fu condotto al cospetto del re con altri nove schiavi, e il re ne doveva scegliere uno che diventasse il suo inserviente personale. Il saggio re diede in mano a ognuno dei dieci schiavi un bicchiere e gli ordinò di rovesciarlo. Tutti obbedirono all’ordine. Poi il re chiese a ognuno di loro: “Perché hai fatto questa cosa?”. I primi nove risposero: “Perché sua Maestà me l’ha ordinato”; la pura verità nuda e cruda. Poi arrivò il decimo schiavo, Ayaz: “Perdono, sire, mi dispiace”, perché si era reso conto che il re sapeva già che era un suo ordine; e rispose: “Perché me lo avete detto voi”, nulla di nuovo venne detto al re. La bellezza di questa espressione incantò il re a tal punto che lo scelse come suo inserviente personale. Non trascorse molto tempo prima che Ayaz conquistasse la fiducia e la confidenza del re, che gli affidò la cura del suo tesoro in cui erano custoditi preziosi gioielli. Questo improvvisa carriera da schiavo a tesoriere del re, una posizione che molti invidiavano, creò molta gelosia. Non appena la gente seppe che Ayaz era diventato un favorito del re incominciarono a raccontare numerose storie su di lui per farlo cadere in disgrazia agli occhi del re. Una delle dicerie era che Ayaz andava ogni giorno nella stanza dove i gioielli erano chiusi in cassaforte, e che li rubava ogni giorno, un po’ alla volta. 

Il re rispose: “No, non posso credere a una cosa simile! Dovete dimostrarmelo”. Perciò chiamarono il re quando Ayaz entrò nella stanza, e lo fecero stare in un punto dove c’era un buco da cui guardare nella stanza. E il re vide quello che stava accadendo. Ayaz entrò nella stanza e aprì la porta della cassaforte. E cosa tolse da lì? I suoi vecchi, logori abiti che aveva indossato quando era uno schiavo. Li baciò, li premette sul suo viso, e li mise sul tavolo. C’era incenso che bruciava, e questo perché quello che stava facendo era qualcosa di sacro per lui. Allora indossò questi abiti, si guardò allo specchio, e disse, nel modo in cui si direbbe una preghiera: “Ascolta, Ayaz, guarda quello che eri prima, È il re che ti ha creato, che ti ha dato la responsabilità di questo tesoro. Perciò considera questo dovere come una fiducia molto sacra, e questo onore come un tuo privilegio, e come un segno dell’amore e della gentilezza del re. Sappi che non è il tuo valore che ti ha portato a questa posizione. Sappi che sono la sua grandezza d’animo, la sua bontà, la sua generosità che hanno trascurato i tuoi difetti e che ti hanno concesso questo rango e questa posizione con cui ora sei onorato. Non dimenticare mai, quindi, il tuo primo giorno, il giorno in cui sei arrivato in questa città; perché è il ricordo di quel giorno che ti farà restare al posto giusto.” Poi si tolse i vestiti e li mise nello stesso posto nella cassaforte, e uscì. Quando uscì cosa vide? Vide che il re davanti al quale si inchinò lo stava aspettando col desiderio di abbracciarlo; e il re gli disse: “Che lezione mi hai dato, Ayaz! Questa è la lezione che tutti dobbiamo imparare, qualunque sia la nostra posizione. Perché davanti a quel Re alla cui presenza tutti noi siamo servitori, nulla dovrebbe farci dimenticare l'impotenza nella quale siamo stati allevati e cresciuti, e che siamo stati creati, per comprendere e vivere una vita di gioia. La gente mi ha raccontato che tu rubavi gioielli dalla mia cassaforte, ma venendo qui ho scoperto che tu hai rubato il mio cuore.

Modi di pregare

Ci sono due modi di pregare, e il primo modo comprende tre tipi di preghiera. Una preghiera consiste nel rendere grazie a Dio per la Sua grande bontà, per tutto ciò che riceviamo nella nostra vita; è chiedere a Dio la Sua misericordia, la Sua benevolenza e il Suo perdono; è chiedere a Dio di esaudire i desideri e le richieste che abbiamo. Questo è il primo modo di pregare. Questa è la prima lezione che un uomo deve imparare. L’altro tipo di preghiera si può usare soltanto quando un uomo evolve. Ringraziando Dio per tutto ciò che ci ha dato, sviluppiamo la vera gratitudine che l’uomo di solito dimentica. Se solo potessimo riflettere su quante cose ci sono nella nostra vita per le quali dovremmo essere grati e riconoscenti! Ma non ci pensiamo quasi mai. Pensiamo spesso a quello che non abbiamo ottenuto,e quindi restiamo sempre infelici, quando potremmo esser grati di avere qualche soldo in tasca. E invece pensiamo che dovremmo averne di più! La conseguenza è che l’uomo dimentica di sviluppare una natura riconoscente; è ingrato verso tutti e quindi, qualunque cosa si faccia per lui, è ancora ingrato. 

Lo stesso accade con tutte le agitazioni e le lotte che ci sono nel mondo. E’ la sua noncuranza per tutto quello che è stato fatto per lui che espande l’ingratitudine. Se si dimentica di pregare per ringraziare Dio come può ringraziare un uomo? Che peccato che la bella abitudine di ringraziare prima di condividere il pasto sia scomparsa! Questa abitudine non si trova più nelle tavole alla moda ma solo nelle case dove la moda non viene seguita; perché quando la moda arriva, le cose che sono di aiuto morale e spirituale, vengono dimenticate. Ma che meraviglioso pensiero dire grazie anche prima di un umile pasto! Quando si è reso grazie a Dio, anche un semplice pasto diventa delizioso per merito di questo sentimento di gratitudine, il sentimento che quel pasto è un dono che ci è stato concesso. Quando Sa’adi stava viaggiando verso la Persia, coi piedi doloranti perché doveva camminare a piedi nudi sotto il sole cocente, camminare era talmente doloroso che pensò: “ Non può esserci nessuno al mondo infelice e miserabile come lo sono io”. Ma non passarono due minuti che incontrò una persona che non poteva usare entrambi i piedi per cui si trascinava per terra procedendo soltanto con grande difficoltà. Questo fece sì che nel cuore di Sa’adi nascesse una preghiera, e si sentì grato di non essere afflitto in tal modo. Pensò: “ Anche se non ho scarpe, i miei piedi sono almeno sani e forti”. 

Quando siamo ciechi alla bontà, alla gentilezza, alla comprensione, ai servigi e all’aiuto che ci offrono i nostri simili ci sentiamo scontenti. C’è così tanto da vedere nelle nostre vite da suscitare un sentimento di gratitudine. 

La gratitudine ha anche un significato mistico. Una persona che è sempre piena di risentimento ha ancora più bisogno di pregare. Se pregherà preparerà le influenze che rimuoveranno l’infelicità e lo squallore nella sua mente, perché tutta questa infelicità è creata dalla sua mente quando è risentita e rancorosa. La persone che sono grate e contente, che apprezzano tutto ciò che accade loro nella vita, sviluppano un sentimento di bontà. Più sappiamo apprezzare, più grati diventiamo e più riceviamo. La gratitudine e l’apprezzamento inevitabilmente attirano su di noi quel che ci piace di più. 

Tutto ciò che diamo viene dato anche a noi. Ma anche lamentarsi e provare rancore attira su di noi ciò che ci piace. Se una persona a cui diamo una ricompensa o un dono lo riceve malvolentieri e lamentandosi, le daremo di più? E allora, il fatto che non le daremo di più, le darà ancor più motivo di lamentarsene. Invece la persona che è contenta, grata e che apprezza quello che si è fatto per lei, pensate che sia molto brava. Vederla felice, riconoscente e contenta procura una tale emozione e felicità che vi incoraggia a fare di più, e incoraggia anche gli altri a fare del bene.

Carattere e destino (seconda parte)

È una cosa meravigliosa che tutto ciò che possediamo in materia di carattere lo trasferiamo non soltanto a chi ci circonda, ma anche agli animali e agli uccelli, come agli animali da compagnia in casa. Se potessimo vedere esattamente fino a che punto il nostro carattere agisce su chi ci circonda saremmo sorpresi, l’effetto è molto grande. Secondo la scienza vediamo che la legge di attrazione è tale che essa attira sempre lo stesso elemento. Se emaniamo bontà, non possiamo ricevere nient’altro che bontà; e anche coloro che non hanno questo elemento sanno che è di Dio. Tutti gli attributi e tutta la bontà che sono nello spirito originario di Dio sono anche nello spirito dell’uomo. Per quanto cattivo un uomo possa essere, per quanto senza regole, per quanto degenerato, se siamo l’esatto opposto il nostro potere sarà più grande del suo; il suo potere non avrà nessuna influenza su di noi. Il potere della bontà vince la cattiveria. La cattiveria è debolezza; la bontà è forza. 

Un uomo che ha l’abitudine di perdere le staffe non può controllare un’altra persona con lo stesso carattere impulsivo, perché ha lui stesso quella debolezza. Quindi anche l’altra persona perde il controllo. Se un uomo ha controllo su se stesso, sorriderà e sarà paziente anche se è esposto a eccessi di rabbia mille volte. Aspetterà soltanto. Chi ha controllo spirituale ha un grande controllo; ma chi non ce l’ha non può controllare gli eventi spirituali o fisici. Non può controllare i propri figli o figlie, perché non ascolta mai se stesso per primo. Se si ascoltasse, non solo le persone ma anche gli oggetti lo ascolterebbero. Il sé non guiderà mai a meno che non gli permettiamo di farlo. Andiamo sempre fuori strada quando non siamo guidati dal sé intuitivo. Quando abbiamo frustrato la nostra intuizione segue sempre confusione, e quando il controllo è stato perso arriva sempre il fallimento. 

La debolezza di una persona deteriora i suoi affari, perché tutte le sfere diverse in cui si trovano i suoi affari, famiglia, vita quotidiana, commercio, professione, industria e così via, sono tutti influenzati da ogni mancanza nel suo carattere. Non pensate che una persona con una posizione elevata sia sempre un carattere ideale; sarebbe arrivata a una posizione dieci volte più alta se il suo carattere l’avesse aiutata. 

È il carattere il nostro maestro. Non abbiamo bisogno di parlare alle persone riguardo all’essere virtuosi, gentili, corretti, perché la nostra stessa correttezza è sufficiente a renderli tali; la nostra bontà è sufficiente a rendere buono chi ci circonda. Le persone cercano sempre il potere e il dominio psichico, quando è sempre dentro di loro. Il nostro sé è il più grande nemico che abbiamo. Il cavallo vuole andare dove il suo cavaliere non va; è il sé che non ci ascolterà e non agirà secondo il nostro volere. Non è quello che un’altra persona dice, o che un prete dice, o che la Chiesa dice; il grande maestro è sia dentro che fuori di noi. Se siamo disposti ad essere guidati, tutto può insegnarci una lezione. Se vogliamo vedere il vantaggio della sobrietà, lo vedremo tra le persone sobrie; se vogliamo vedere gli svantaggi della mancanza di sobrietà, li vedremo tra le persone che non sono sobrie; se vogliamo vedere il vantaggio della guida, lo vedremo tra coloro che vengono guidati. È tutta una questione di esperienza e di studio; e la nostra guida verso il nostro vero ideale non mancherà mai di guidarci nel modo giusto. 

Dovremmo fare tutto ciò che desideriamo che gli altri facciano a noi; e non dovremmo fare agli altri soltanto quello che piace a noi, anche se non lo vogliono più. Tutto ciò che ci aspettiamo dal mondo lo desideriamo per noi stessi. Ma se agissimo diversamente, diventeremmo grandi personalità nel mondo; invece di essere esempi di egoismo faremmo del nostro meglio nei nostri rapporti coi nostri parenti più prossimi, coi figli e con gli amici. 

La vita in generale è come una pianta con le spine. Ovunque vogliamo aggrapparci, là troviamo una spina. Più i nostri occhi sono aperti, più, ovunque mettiamo la mano, troviamo spine, le spine dell’egoismo; perché ogni ego vuole ciò che è meglio per sé e non è pronto a dare. Tuttavia se tentassimo per curiosità di diventare una rosa invece che una spina, renderemmo la nostra vita degna di essere vissuta. Quando incominciamo a vedere le nostre colpe, allora vediamo quanto ancora dovremmo essere degni del nome di esseri umani. Ghalib ha detto: “Per un uomo anche diventare un uomo è la più difficile di tutte le altre difficoltà nella vita”. 

Un giorno un madzub (che è un uomo che ha dedicato tutta la sua vita alla realizzazione spirituale, vivendo sempre lontano dalla folla che lo considera un pazzo) stava arrivando da un lato della piazza del mercato quando incontrò un altro madzub che arrivava dal lato opposto. Fecero un piccolo inchino l’uno all’altro. E vedere due pazzi salutarsi in questo modo sorprese un passante. Che fratellanza c’è tra due persone folli, pensò. Si recò allora nel luogo dove uno dei due madzub viveva. E si sedette là aspettando a lungo finché il madzub non gli facesse la cortesia di dargli una spiegazione. Alla fine lo stato d’animo del madzub divenne tale da parlare con lui; mise la sua mano sulla testa di quest’uomo, dicendo: “Figlio mio, va nel bazar, e guarda; poi ritorna e dimmi cosa vedi”. Allora l’uomo ritornò in città, guardò la folla, e ritornò pieno di stupore. Era sconcertato oltre ogni dire, e disse: “Ogni volto che vedo ha le sembianze di un animale; non sono riuscito a vedere un solo volto umano in tutta la città, tranne quello dell’uomo a cui ti sei inchinato, e quello del tuo santo sé, solo questi due!” 

Non significa che i volti erano cambiati; non significa che i lineamenti erano diventati diversi. Significa che l’abito di umanità, l’apparenza degli esseri umani, non basta. Se possiamo distinguerci dagli altri esseri, è solo nelle cose che gli animali non fanno che l’uomo può essere diverso da loro. Se si tratta di mangiare, non mangiano entrambi? Entrambi dormono; entrambi cercano comodità. L’uomo fa tutte le cose che fanno gli animali; l’uomo può solo essere superiore agli animali in tutte le cose che loro non fanno. E quali sono queste cose? Costruire case? Gli uccelli lo fanno. La capacità di lottare? Animali e uccelli lottano. Mostrare arte e destrezza? Gli animali possono mostrare queste cose: pensiamo al ragno e come tesse la sua tela; è stupefacente. 

L’uomo è stato creato perché potesse superare quello che gli animali non hanno superato. E che cos’è? È l’ego. È l’ego che lo rende egoista, che lo spinge ad avere la meglio sul suo prossimo. Questa è la sola vera causa di tutti i problemi della vita, di tutta l’inquietudine, di tutto ciò che patiamo, di tutto il male che ci arriva. Il grande nemico è l’ego, l’egoismo, che si manifesta nel marito, nella moglie, nel figlio, nella figlia, nell’amico, nel vicino, nel dipendente. Vedendo come l’egoismo dell’uomo tormenta il mondo, la più grande necessità è capire che nessuno è meglio di qualcun altro, e che nessuno può a buon diritto pensare o immaginare che può essere migliore di qualcun altro, o più utile ai figli, alla famiglia o a chi lo circonda finché quest’unica cosa non sia realizzata: la soppressione dell’ego, dell’egoismo. Non lottiamo forse l’uno contro l’altro ingiustamente, tutto a causa della vanità? Diciamo: “Questo è il mio pensiero, questo è mio”. L’io è tale che tutto ciò che non è io è sbagliato; quello che ho nessuno lo toccherà. È questa la sola cosa contro cui ci ammoniscono tutti i maestri religiosi. 

Molte persone pensano che sia estremamente necessario rimanere aggrappati al sé e all’interesse personale. Tuttavia anche se l’uomo è diverso dagli animali, assomiglia a loro in questo che dove ci sono due cani e uno ha un osso davanti a sé, non vuole che l’altro cane tocchi il suo osso. Anche se è sazio e non ha bisogno dell’osso tuttavia non vuole che l’altro cane si avvicini e lo tocchi. “Questo è il mio osso”, pensa, “Io lo avrò”. E finché l’altro cane è spaventato va tutto bene. Ma se l’altro cane è più grosso, arriverà e prenderà l’osso, e morderà anche il primo cane. Questa è l’immagine della vita. Tuttavia vediamo che in simili circostanze un uomo dirà dell’altro: “Oh, era così buono. Sono andato da lui all’ora di pranzo e ed è stato così gentile da chiedermi di pranzare con lui”. Questo è il pranzo di un uomo; l’altro era il pranzo di un cane. È questo dove un uomo dovrebbe essere diverso da un animale. Un animale non riconoscerà sua madre, o suo padre, o il luogo di nascita, ma l’uomo lo farà. Dopo essere cresciuto rifletterà: “Mia madre si è presa cura di me quando ero piccolo ed è stata tanto premurosa con me; e ora è anziana, perciò farò tutto ciò che è in mio potere per lei”. Si dilungherà su tutto il rispetto che può mostrarle, e su quanto ne sia meritevole. Dimostra subito di essere un uomo; l’animale non agisce in questo modo. Quindi, nel caso in cui un uomo si comporti come un animale, non si prende cura di coloro che hanno fatto tutto ciò che potevano per lui nella sua giovinezza, mostra la sua mancanza di umanità. La dimenticanza e la mancanza di riconoscimento della cura concessa durante l’infanzia sono caratteristiche dell’animale. 

Anche gli angeli si inchinano a Cristo, e Cristo è l’uomo ideale. Gli angeli si inchinano all’uomo ideale. Anche quando sta qui giù sulla terra, è più alto del cielo e degli angeli, se solo riesce ad essere un uomo, se solo esibisce umanità. Cristo ha detto: “Voi siete il sale della terra, e se il sale perdesse il suo sapore, con che cosa sarà salato?”. Questo spiega che l’uomo è la manifestazione ideale, superiore al minerale, al vegetale, all’animale, e agli altri regni, e superiore persino agli angeli. Se perde il senso di umanità, chi verrà a insegnarglielo? È lui il solo che è in grado di insegnare. 

L’uomo è il padre dell’umanità. Se il padre perde la strada, dove andranno i figli? Quanto si dipende dalla generazione precedente? È per questo che ci aspettiamo sempre prosperità, successo, e il futuro della nazione, del paese, della razza o della famiglia. Il vero benessere da ricercare non è quello di avere molto denaro in banca, avere costruito molte case, avere una determinata istruzione all’università; il vantaggio per il futuro è avere una guida. I genitori dovrebbero pensare al benessere del figlio addirittura prima che nasca. Il bambino mostrerà quello che ha ereditato; ma come sono pochi i genitori che ci pensano! 

La nostra tranquillità, la nostra pace, la nostra armonia, la nostra tendenza verso tutte le azioni e le cose belle sono la ricchezza che possiamo tenere in serbo per un figlio. I genitori dovrebbero sapere quali influenze psicologiche possono trasmettere ai loro figli. Il padre e la madre sono proprio come il pianeta che controlla le anime e gli spiriti di questo pianeta; ma loro sono un pianeta vivente, la loro influenza è molto più grande sui loro figli.

Carattere e destino (prima parte)

Quando una persona sente che viene esercitata un’influenza sul destino dal carattere, immediatamente si chiede fino a che punto questo può essere vero per quanto riguarda coloro che sono benestanti e in situazioni favorevoli. Non osa pensare che il livello del loro rango e della loro ricchezza possa essere stato raggiunto grazie a un buon carattere e ai suoi effetti.

Questo è il primo ostacolo che l’uomo incontra. Quando incomincia a idealizzare o ammirare un carattere, ha il suo beneficio pratico davanti agli occhi. E quando si chiede: “Otterrò qualcosa da un punto di vista pratico?”, la beatitudine celeste non viene considerata. La prima cosa a cui pensa è il suo destino: “Se solo potessi avere fortuna!”. Se ottiene tutto ciò che vuole avendo un buon carattere, è subito disturbato dalla delusione di scoprire che i fatti reali non concordano. Se è nel mondo degli affari, ad esempio, sicuramente è la diligenza costante che porta successo, e non il carattere personale.

Se riteniamo che la buona fortuna consista nel raggiungimento di un potere mondano, o della ricchezza, o di una posizione sociale, questa sarebbe la fortuna più povera. Per quanto elevata una persona sia nel rango, per quanto grande sia la ricchezza che possiede, e qualunque posizione occupi nella vita, queste cose non hanno nulla a che fare con la sua felicità e la soddisfazione della sua mente. È il destino che ha a che fare con la felicità e la soddisfazione.

Anche se una persona vive in un palazzo, il suo cuore potrebbe ancora essere nel tormento da mattina a sera. Questo godimento è un buon destino? Ha migliaia di difficoltà; i suoi stessi desideri sono i suoi nemici. Questa è buona fortuna? La felicità può esistere in una casetta di campagna. Tuttavia chi soffre per la mancanza di denaro dice: “Che fortuna ha un uomo ricco!” Ma il ricco dice a se stesso: “Tutto ciò che vogliono è avere quello che possono da me. Stanno aspettando che io chiuda gli occhi per poter ereditare quello che possiedo. Molte menti lavorano costantemente contro di me”. E la salute è buona fortuna? L’uomo sano è anche il possessore di una mente tranquilla? Il suo cuore è appagato?

Ma se la buona fortuna non è costituita da queste cose, allora queste cose sono desiderabili? Sicuramente sono desiderabili; ma possiamo dire che sono la sola buona fortuna che possiamo raggiungere? Possiamo dire che sono le sole cose che possono soddisfare il nostro bisogno nella vita? È solo quando ci mancano ricchezza e salute che diciamo che la buona fortuna si trova in esse. Tuttavia quando le otteniamo scopriamo che non siamo ancora soddisfatti. Quindi deve esserci qualcos’altro che costituisce la buona fortuna. Non è essere molto religiosi o pii. Consiste nella realizzazione di quello che vogliamo, di quello che desideriamo, e di quello che scegliamo di avere. Cosa desideriamo? Tutte le cose che ci sembrano migliori in base alla nostra evoluzione; pensiamo di desiderare e di voler avere queste cose e riteniamo che siano una buona fortuna. Ma quando si tratta di dar via queste cose, non siamo disposti a farlo. Tutto il segreto della vita sta lì. Se soltanto potessimo comprendere il fatto che siamo noi che dobbiamo dare agli altri quello che ci aspettiamo che loro diano a noi. A noi piace essere in compagnia di una persona buona o calma, e il nostro desiderio è avere a che fare con una persona simile; nel nostro lavoro, negli affari pensiamo sempre: “Se potessi avere a che fare con una persona corretta, onesta e affidabile!”. Ma quando noi siamo messi alla prova, quando si tratta di essere corretti noi stessi, falliamo miseramente. Quando gli altri si aspettano che li trattiamo bene, onestamente e gentilmente, che siamo stabili e affidabili, dimentichiamo che siamo noi a dover mostrare queste caratteristiche. Pensiamo così tanto ai nostri desideri che dimentichiamo quello che dovremmo fare noi per gli altri.

Il veggente, quindi, insegna che tutte le cose che desideriamo e che riteniamo belle, dovremmo produrle dentro noi stessi invece di aspettarcele dagli altri. Che compito è questo! Che grande autosufficienza ci sarebbe se ogni paese producesse sempre da sé quello che cerca dagli altri; che vita indipendente sarebbe produrre dentro noi stessi quello che ci aspettiamo di ottenere dagli altri! Invece di dipendere da loro per qualcosa potremmo darlo noi stessi, sperimenteremmo la gioia di dare, la gioia di essere gentili con gli altri.

Che gioia e che libertà scopriremmo nell’essere gentili con un altro. Per quanto naturale possa essere avere qualcuno che ci ama e ci ammira, non siamo dipendenti? La moglie è dipendente dall’amore del marito; l’amico è dipendente dall’amore dell’amico. Mentre nell’altro caso saremmo liberi e indipendenti; perché la nostra gioia sarebbe nell’amore stesso, e non nella persona. Dovremmo godere la vita facendo gentilezze agli altri. Ricevere gentilezza dagli altri induce soltanto chi riceve ad aspettarsi di più. Continua a dire: “Lo sta facendo a suo vantaggio; non pensa a me; mi incolpa; non mi ha aiutato; non si è comportato correttamente con me”. La sua vita diventa piena di rancore perché si aspetta da tutti tutto il bene che vuole, e non sa che dovrebbe averlo tutto in sé stesso; che dovrebbe diventare indipendente. Qui si trova il segreto del carattere.

Altruismo

L’altruismo, dai Sufi chiamato Inkisar, non solo abbellisce la propria personalità, conferendo grazia al proprio parlare e al proprio comportamento, ma conferisce anche dignità e potere insieme allo spirito di indipendenza, che è il vero segno del saggio. È l’altruismo che spesso produce umiltà nel proprio spirito, eliminando l’intossicazione che annebbia l’anima. L’indipendenza e l’indifferenza, che sono come due ali che consentono all’anima di volare, nascono dallo spirito dell’altruismo. Nel momento in cui lo spirito di altruismo ha incominciato a risplendere nel cuore di un uomo, costui mostra nella sua parola e nella sua azione una nobiltà che nessun potere o ricchezza terreni possono dare. 

Ci sono molte idee che inebriano un uomo, molti sentimenti che agiscono sull’anima come un vino, ma non c'è vino più forte del vino dell’altruismo. È un potere e una fierezza che nessun rango terreno può conferire. Diventare qualcosa è una limitazione, qualunque cosa possa essere; anche se una persona dovesse essere chiamata il re del mondo, non sarebbe comunque l’imperatore dell’universo. 

Il padrone della terra è comunque lo schiavo del cielo. L’uomo altruista è nessuno e tuttavia è tutto. 

Il Sufi quindi, prende il sentiero di essere nulla invece che essere qualcosa. È questo sentimento di nullità che trasforma il cuore umano in una coppa vuota in cui viene versato il vino dell’immortalità. È questo stato di beatitudine che ogni autentica anima che sta cercando la verità desidera ardentemente raggiungere. 

Una persona tende a pensare: “Perché dovrei compiere azioni che non mi portano alcun guadagno? Perché dovrei essere gentile, laddove non mi viene mostrata alcuna gentilezza, laddove non c’è neppure apprezzamento?”. In questo modo commercializza la sua gentilezza: dà per ricevere. Questa cecità colpisce l’uomo, e lo rende cieco anche verso Dio. Pensa: “Perché dovrei essere grato a Dio? Non c'è nulla per cui esser grati. Se il sole splende, è naturale. Se ho quello di cui ho bisogno per vivere, lavoro per averlo tutto il giorno”; o anche: “Appartengo a una famiglia in cui è naturale che ogni cosa mi debba essere data”. L’uomo non vede quanto debole sia in se stesso. Se non ci fosse il terreno, non potrebbe stare in piedi. Se non ci fosse l’aria, non potrebbe respirare. Se non ci fossero i genitori, non avrebbe potuto crescere. Tutte le cose che lo tengono in vita sono cose da cui la sua esistenza dipende, a cui è dovuta una quantità illimitata di ringraziamenti. Ma lui pensa: “Se compio un’azione gentile, Dio dovrebbe fare per me mille gentilezze. Se faccio qualcosa per gli altri, Dio dovrebbe fare mille volte tanto per me”. Allora desidera dare solo quando c'è un tornaconto. Dice una parola gentile perché gli vengano dette parole gentili; questa è adulazione. Dice: “Mi piaci perché ti piaccio. Sono tuo amico perché tu puoi aiutarmi. Sono tuo nemico perché mi hai fatto del male”.

Il Sufi dice: “Ishk Allah, Ma’bud Lillah”, “Dio è l’amore e l’Amato”. Questa parola amore l’abbiamo molto alterata, molto degradata nella nostra vita ordinaria. Diciamo: “Ti amo, perché tu mi ami. Sono tuo amico, tuo ammiratore, perché tu sei mio amico e mio ammiratore”. Questa amicizia dura poco tempo e poi non c'è più. È come se dicessimo: “Mi piace questo fiore perché è bello”, e quando la sua bellezza è sfiorita, viene gettato via. 

Domanda: Qual è il miglior modo di imparare a non cercare apprezzamento e reciprocità?

Risposta : Sviluppare indipendenza nella propria natura. Quando si ama si deve amare per amore non per un ritorno. Quando si serve si deve servire per amore del servizio non per un riconoscimento. In tutte le cose che una persona fa, se non pensa alla reciprocità o a un apprezzamento in qualsiasi maniera o forma, potrebbe forse all'inizio sembrare perdente, ma alla fine sarà quella che guadagna, perché ha vissuto nel mondo e tuttavia si è mantenuta al di sopra del mondo; il mondo non può toccarla.

Inoltre la tendenza al dubbio, ad essere depressi, la tendenza alla paura, al sospetto e alla confusione, la tendenza a disorientarsi, da dove vengono? Vengono tutte dal pensiero di avere qualcosa in cambio: “Un altro mi restituirà quello che gli ho dato? Otterrò in cambio la giusta porzione, o meno?” 

Se questo è il pensiero dietro le proprie azioni, ci sarà paura, dubbio, sospetto, confusione e disorientamento. Perché cos’è il dubbio? Il dubbio è una nube che sta davanti al sole, impedendo alla sua luce di splendere. Così è il dubbio: radunandosi attorno all’anima impedisce alla luce di splendere, e l’uomo diventa confuso e perplesso. 

Quando si sviluppa l’altruismo, esso fa breccia tra le nubi dicendo: “ Che mi importa se qualcuno lo apprezza; solo io so di offrire il mio servizio, e questa è la mia sola soddisfazione. Non mi aspetto di riceverlo in cambio. L’ho offerto e basta; qui è dove il mio dovere finisce”. Questa persona è benedetta, perché ha sconfitto, ha vinto il dubbio. Inoltre è una mancanza di conoscenza della giustizia divina quando l’uomo dubita di ricevere la sua giusta parte, o che l’altro riceverà più di lei. Se alzasse lo sguardo e vedesse il Giudice perfetto, Dio, la cui giustizia è così grande che alla fine le porzioni vengono rese eque e uguali, sarebbe solo una questione che riguarda l’inizio non la fine, se solo vedesse la giustizia di Dio, diventerebbe coraggioso, avrebbe fiducia e non si preoccuperebbe del risarcimento. Dio è responsabile di risarcire mille volte tanto quello che l’uomo ha dato.

La differenza tra volontà, desiderio e voglia


La volontà è lo sviluppo del desiderio. Quando affermiamo che qualcosa accade secondo la volontà divina, significa che era un comando; un desiderio che si trasforma in azione. Quando il desiderio si trasforma in azione diventa volontà, diventa comando. Si potrebbe pensare che è solo il proprio desiderio, in realtà è un desiderio fino a quando è fermo; sebbene sia lì non è ancora spuntato, è inattivo proprio come il seme nella terra. Ma nel momento in cui il seme esce dalla terra come pianticella e sta per diventare una pianta, allora è una volontà. Quindi desiderio e volontà sono due nomi diversi per la stessa cosa, nel suo stato non sviluppato e nel processo del suo sviluppo.

La voglia è un uno stadio più debole o più primitivo del desiderio. Quando un’idea o un pensiero che ci piacerebbe una certa cosa non è ancora diventato chiaro nella nostra mente, quando la nostra mente non ha ancora preso una decisione, allora è una voglia, una fantasia. Quando è un po’ più sviluppata allora è un desiderio; allora rimane lì e non viene disperso come le nuvole. È tangibile, è lì e tuttavia non è realizzato, perché per realizzarsi deve svilupparsi.

Ci sono persone in questo mondo che dicono che per tutta la vita hanno avuto sfortuna; che i loro desideri non si sono mai realizzati. Inoltre, molto spesso immaginano che uno spirito antagonista li stia ostacolando, o che Dio sia contro di loro, o le stelle, o che qualcos’altro abbia impedito al loro desiderio di realizzarsi. Ma in genere non è così. In primo luogo Dio desidera le stesse cose che noi desideriamo; se Dio avesse avuto desideri diversi dai nostri non avremmo potuto venerare un Dio che è sempre stato contro di noi. Inoltre non c’è alcun beneficio nell’opporsi al desiderio dell’uomo, e non c’è alcun vantaggio nell’opporsi al desiderio di Dio. È vero che possono esserci condizioni planetarie o cosmiche che contrastano un desiderio; come si dice: “l’uomo propone e Dio dispone”. A Dio allora viene attribuito il ruolo delle forze cosmiche, ma in realtà Dio, con la Sua misericordia e compassione, non desidera mai opporsi al desiderio di qualcuno. E non solo Dio, anche un uomo di animo gentile non vorrebbe mai opporsi al desiderio di qualcuno; vorrebbe fare tutto il possibile per contribuire a realizzare il desiderio di una persona.

Quello che di solito accade è che l’uomo dimostra di essere il peggior nemico del suo desiderio, per molte ragioni; e una ragione è che non è mai sicuro di quello che desidera: tra cento persone forse ne troveremo una che sa davvero cosa vuole, mentre novantanove non sono sicure. Un giorno pensano di desiderare qualcosa e il giorno dopo no, e così il desiderio si disintegra nella confusione della mente.

C’è un altro tipo di persone: quelle che hanno assunto un atteggiamento passivo. Queste persone dicono che desiderare è un peccato; e tuttavia non possono essere senza un desiderio. In questo atteggiamento passivo decidono di non desiderare, contrastano qualunque desiderio ci sia stato. E c’è un quarto tipo: quelli che desiderano qualcosa ma a causa della mancanza di concentrazione non riescono a trasformare la loro voglia in desiderio, e quindi i loro desideri rimangono sempre al loro stadio primitivo. Infine c’è il quinto tipo di persona che trasforma la voglia in desiderio; arriva fin qui e non oltre. E così la voglia non viene portata a compimento e non raggiunge mai il suo culmine, cosa che accade soltanto quando il desiderio diventa volontà.

Questa questione è di enorme importanza nella vita di tutti. Nessuna persona può vivere nel mondo senza desiderare qualcosa. E se c’è qualcuno che non ha desideri, non dovrebbe rimanere nel mondo, dovrebbe evitare la folla dal momento che non può viverci; dovrebbe andare sulle montagne, in qualche luogo lontano dal mondo; e anche là dovrebbe trasformarsi in un albero o in una roccia per esistere, perché essere un essere vivente senza un desiderio non è possibile.

Nel Gayan c’è un detto che non tutti sono in grado di comprendere: “reprimere un desiderio è sopprimere un impulso divino”. Quelli che distinguono tra divino e non divino fanno certamente un grandissimo errore perché o tutto è divino o niente lo è. L’unica differenza è la stessa che c’è tra la macchina e l’ingegnere. La mente di Dio lavora e contemporaneamente lo strumento, la macchina di Dio, lavora; quindi quello che si presenta come un desiderio ha Dio come sua origine ed è perciò un impulso divino. La persona pia nella sua ignoranza ha una falsa concezione di questa idea e fa di Dio un prigioniero nel cielo.

Un altro detto nel Gayan è: “tutto ciò che produce un forte desiderio nel cuore lo priva della sua libertà”. La verità è che quando c’è un desiderio ardente si è legati da una catena, una catena più forte del ferro. Desiderare è essere legati; questo non è un principio morale ma un’asserzione filosofica. D’altro canto, non si può vivere senza desiderare; si potrebbe benissimo essere una roccia. Indubbiamente se si fosse liberi da desideri, si potrebbe avere la stessa libertà di una roccia; ma anche la roccia sta aspettando il giorno in cui sentirà un desiderio. Il desiderio di realizzazione arriverà con lo sviluppo della forma umana.