3Aforisma del giorno

L’amore è il miglior mezzo per rendere il cuore capace di riflettere il potere dell’anima; e l’amore nel senso di dolore più che di piacere. Ogni colpo apre una porta da cui fuoriesce il potere dell’anima.

Bowl of Saki, 15 Giugno, Hazrat Inayat Khan.

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Il Gruppo di Studio si propone di approfondire la conoscenza del Messaggio Sufi d'Amore , Armonia e Bellezza di Hazrat Inayat Khan in stretta, fraterna, costante collaborazione con the The Sufi Message -USA e l'amorevole guida di MURSHIDA NURIA STEPHANIE SABATO

Il Gruppo si occupa anche di pubblicare traduzioni italiane autorizzate di testi di Hazrat Inayat Khan italiano. Nella speranza che questo Messaggio di Libertà Spirituale porti consapevolezza nuova e viva alle nostre esistenze umane.
Chi fosse interessato ad approfondire e conoscere le attività del Movimento Sufi in italia contatti Ameena M.Grazia Fumagalli (Responsabile Nazionale Italia)

LA COPPA DI SAKILA VITA INTERIORE L'UNITA' DEGLI IDEALI RELIGIOSIMISTICISMO SUFILO ZIKAR CANTATO GENTILEMEMORANDAPREGHIERE SUFI

La lotta della vita

LA LOTTA DELLA VITA 

La vita nel mondo è una lotta continua e chi non conosce la lotta della vita o è un'anima immatura, o un'anima che si è elevata al di sopra della vita di questo mondo. L'obiettivo di un essere umano in questo mondo è raggiungere la perfezione dell'umanità, e quindi è necessario che un uomo passi attraverso ciò che chiamiamo la lotta della vita. 

Ci sono due atteggiamenti diversi che la gente mostra mentre attraversa questa lotta della vita. Una persona continua a lottare coraggiosamente, l’altra diventa delusa, disperata, prima di arrivare alla sua destinazione. Non appena un uomo perde il coraggio di attraversare la lotta della vita, il peso di tutto il mondo gli crolla sulla testa. Ma chi continua a lottare per tutta la vita, lui solo si fa strada nella vita. Chi ha esaurito la pazienza, chi è caduto in questa lotta, viene calpestato da coloro che camminano nella vita. 

Neppure l’ardore e il coraggio sono sufficienti per passare attraverso la lotta della vita, qualcos’altro deve essere studiato e compreso; si deve studiare la natura della vita, si deve comprendere la psicologia di questa lotta. 

Per comprendere questa lotta si deve vedere quanti aspetti ci sono in essa. Ci sono tre aspetti: la lotta con se stessi, la lotta con gli altri, e la lotta con le circostanze. 

Una persona forse è capace di lottare con se stessa, ma questo non è sufficiente. Un'altra persona è in grado di lottare con gli altri, ma anche questo non è sufficiente. Una terza persona risponde alle richieste delle circostanze, ma neppure questo è sufficiente. Tutti e tre questi aspetti devono essere studiati e conosciuti, e si deve essere capaci di gestire la lotta in tutte e tre le direzioni. 

Ora la domanda è: dove dovremmo cominciare e dove dovremmo finire? Di solito una persona parte lottando con gli altri; lotta per tutta la vita, e non finisce mai. Se la persona è saggia lotta con le condizioni e forse migliora un po’ le cose. Ma chi lotta innanzitutto con se stesso è il più saggio, perché una volta che ha lottato con se stesso, che è la lotta più difficile, le altre lotte diventeranno facili per lui. Lottare con se stessi è come cantare senza accompagnamento. Lottare con gli altri è la definizione di guerra; lottare con se stessi è la definizione di pace. All’inizio e esteriormente, potrebbe sembrare crudele dover lottare con se stessi, soprattutto quando si è nel giusto, ma chi è penetrato più in profondità nella vita scoprirà che la lotta con se stessi alla fine è più vantaggiosa. 

Veniamo ora alla questione della natura della lotta con se stessi; questa lotta ha tre aspetti. Il primo è far sì che il proprio pensiero, la propria parola e la propria azione rispondano alle richieste del proprio ideale, mentre nello stesso tempo danno espressione a tutti gli impulsi e a tutti i desideri che appartengono al nostro essere naturale. L’aspetto successivo della lotta con se stessi è armonizzarsi con gli altri, con le loro diverse idee e le loro diverse richieste. Per armonizzarci con loro dobbiamo renderci stretti o larghi quanto il loro spazio ci chiede di essere, il che è una cosa delicata, difficile per tutti da comprendere e da mettere in pratica. 

Il terzo aspetto della lotta con se stessi è dare spazio, grande o piccolo in base alla richiesta, agli altri nella nostra vita, nel nostro cuore. 

(I parte)

ESSERE MUREED: INIZIAZIONE E DISCEPOLATO

Di Murshid Karimbakshs Witteveen - 4/6/1999 – Italia

Siamo tutti felicemente iniziati qui vero? Cos’è l’iniziazione? Hazrat Inayat Khan dice che significa un nuovo inizio. Che tipo di nuovo inizio? Penso che il miglior modo di esprimere tale concetto sia il seguente, intraprendere un nuovo inizio con il viaggio interiore, la vita interiore. C’è un bellissimo libro di Hazrat Inayat Khan intitolato appunto “La Vita Interiore”, (The Inner Life) che purtroppo non è stato ancora tradotto in Italiano, ma un giorno o l’altro succederà (NdC : ora lo potete trovare tradotto in www.blurb.com). È un libro importante perché spiega di cosa si tratta questa vita interiore e cosa è necessario per viverla appieno. 

Hazrat Inayat Khan dice di considerare la vita interiore come un viaggio interiore che può portare molto lontano, che può occupare una vita intera e che è diretto verso l’interno. Ciò significa che la direzione è totalmente opposta a quella della vita esteriore che corrisponde a quando ci guardiamo attorno, vediamo questo bellissimo mondo e viviamo tutte le nostre esperienze felici o meno felici. Abbiamo i nostri successi, le nostre sconfitte, dobbiamo lavorare e in questo modo sviluppiamo una personalità. Abbiamo molte esperienze ed impressioni che raccogliamo e teniamo nella nostra memoria. All’inizio della nostra vita siamo occupati soprattutto da queste cose, abbiamo dimestichezza con questo. La maggior parte del tempo siamo occupati a pensare a quello che dobbiamo fare per vivere la vita esteriore. Ma Hazrat Inayat Khan spiega che questa in verità rappresenta soltanto metà della nostra vita. C’è un altro aspetto completamente diverso, la Vita Interiore appunto. È la vita nella quale cerchiamo l’esperienza spirituale, cerchiamo di entrare in contatto col Divino. Quando abbiamo vissuto tutte le nostre esperienze esteriori, arriva un momento in cui tutto questo non ci soddisfa più a pieno e abbiamo dentro di noi la sensazione che dobbiamo fare qualcos’altro che possa darci un altro genere di soddisfazione, di felicità, che vada molto più in profondità e che rappresenti ciò che più di tutto desideriamo nel profondo del cuore. Quando quel desiderio sorge e ne diventiamo consapevoli, quello sarebbe il momento opportuno per iniziare la vita interiore o il viaggio interiore. Possiamo soddisfare quel desiderio solo rivolgendoci verso l’interno e cercando il contatto con Dio. Questo è possibile soltanto quando per un certo tempo ci distogliamo dal mondo esteriore, dalla vita esteriore, e non pensiamo a tutte le impressioni e le cose che ci vengono addosso. Tutte queste cose spariscono dalla nostra coscienza di modo che ci sia permesso di aprire il nostro cuore all’esperienza interiore che solo in quel momento può avvenire. Che accada o meno non dipende mai completamente da noi. 

Possiamo prepararci a questa esperienza con determinati esercizi che aiutino a tranquillizzare la mente e quando quel desiderio di questo genere di esperienza, il nostro desiderio di Dio, diventa forte allora la risposta può venire come esperienza interiore. Questo è l’inizio del sentiero interiore. Ora, partendo da queste brevi indicazioni, appare subito chiaro che non è un sentiero molto facile perché l’attenzione spesso è rivolta verso la vita esteriore ed è molto difficile distogliersi da quest’ultima. Questa esperienza interiore possiamo averla in modo del tutto naturale quando siamo completamente assorbiti dalla bellezza di qualcosa. La bellezza pura della natura ad esempio o di una grande opera d’arte, quando ne siamo talmente impressionati da dimenticare tutto il resto, tutto ciò che fa pare della vita esteriore e che solitamente ci tiene occupati: solo allora può accadere un’esperienza come la vita interiore. Quando imbocchiamo questo sentiero l’idea è quella di incominciare a lavorare in modo da aprirci più facilmente allo scopo di incontrare questa esperienza interiore, in modo da riceverla più spesso e da permetterle di incominciare ad operare nella nostra vita. Questa è l’idea della vita interiore. Ora, siete stati tutti iniziati e sapete tutti che prima di questa iniziazione avete fatto delle promesse una delle quali è di rispettare tutto ciò che vi viene affidato come una cosa segreta e sacra. Cosa vuol dire? Perché è sacra ed è segreta? Gli esercizi spirituali che vi vengono dati dopo l’iniziazione e che vanno eseguiti con grande regolarità ogni giorno hanno lo scopo di aprire il cuore al divino per creare un contatto con Dio onnipotente. Questo vuol dire che questi esercizi sono segreti e che il nostro atteggiamento nei loro confronti dovrebbe essere di grande rispetto. Dovreste considerarli più importanti di qualsiasi altra cosa nella vita, qualcosa di molto prezioso che ci è stato affidato. Quello che serve qui è un atteggiamento molto diverso da quello che usiamo per imparare qualcosa, per esempio, all’università. Anche lì dobbiamo imparare ed aprire la mente per imparare materie scientifiche o altre materie che ci vengono spiegate, ma è pur sempre qualcosa che facciamo con la mente. È importante che si metta la mente al lavoro per analizzare il soggetto o le tematiche, riflettendo su di essi in modo indipendente usando le nostre facoltà critiche, per giungere a un nostro giudizio. Questo è l’atteggiamento che è importante avere nel mondo scientifico o nelle nostre istituzioni democratiche. È un atteggiamento che ha un grande valore e ci ha permesso di avere sempre più progresso scientifico e in altri ambiti grazie al fatto che vengono fatte sempre nuove scoperte da quando gli scienziati hanno cominciato a dubitare delle teorie precedenti. Teorie che sono state accettate per un certo tempo o alle quali tutti gli scienziati hanno creduto per un certo tempo. Ma a un certo punto arriva qualcuno che non ci crede e mette tutto in discussione e vede un aspetto che secondo lui sarebbe più corretto, comincia a rifletterci attentamente ed espone una nuova teoria più profonda e migliorativa. Questo modo di pensare indipendente è molto importante nel mondo e nella vita esteriore. Naturalmente la nostra scienza spiega la vita esteriore come qualcosa che muta costantemente. Anche la nostra società cambia costantemente, così anche la nostra vita. Si arriva a nuovi modi di vedere e concepire, tutto cambia costantemente. Ma la vita interiore rimane sempre la stessa, sempre uguale, perché la verità divina è sempre stata e sempre sarà. Dio è eterno. Sta a noi scoprire qualcosa della sua grandezza. Quindi nella vita interiore cerchiamo una verità eterna che è sempre la stessa. Ma dobbiamo fare un bel po’ di strada per scoprirla, questo è un lungo viaggio interiore. Qui non abbiamo bisogno dell’atteggiamento che mette in dubbio, che mette in discussione, che distingue, che analizza e così via. Abbiamo semplicemente bisogno di aprire il nostro cuore con un atteggiamento di rispetto ed arrendevolezza. Uno dei requisiti essenziali è incominciare a vedere attraverso il nostro ego limitato, imparare a controllare tale ego, che i Sufi chiamano nafs, che significa identificarsi con la nostra personalità limitata, quindi con il nostro corpo, con la nostra personalità, coi nostri pensieri e sentimenti, con le esperienze che abbiamo sempre nella memoria; significa riconoscere in noi stessi solo quella persona che ha un certo nome, che ha una certa storia, che vive in un certo posto, che fa un certo tipo di lavoro, che ha un certo tipo di ambizioni. Noi conosciamo in questo modo e tendiamo a dire: “Questo è quello che sono”, cioè ci identifichiamo con quella personalità. Il segreto della vita interiore sta nello scoprire che questo non è quello che siamo veramente, che tutto questo è semplicemente uno strumento che ci è stato dato per poter vivere questa vita. Il nostro vero essere è solo ciò che chiamiamo anima, che è semplicemente un’emanazione del divino. Questa è la verità essenziale non solo del Sufismo, ma anche del misticismo che attraversa tutte le religioni, una verità spesso nascosta nei rituali delle varie fedi. La verità essenziale è che ciò che siamo è qualcosa che fa parte della luce divina. Hazrat Inayat Khan la chiama “una porzione della coscienza divina”. Evidentemente siamo tutti uniti a questa coscienza che pervade tutto, ma quella particolare porzione di coscienza divina è concentrata in un particolare individuo, in modo che questa vita terrena possa essere vissuta come un’esperienza così interessante, che per un certo tempo l’anima dimentica la sua stessa esistenza e vede solo quell’esperienza esterna. Anche questa esperienza esterna ha un grande valore. L’anima viene sulla terra perché desidera vivere questa esperienza; è un desiderio molto profondo, desidera fare qualcosa in questa vita. L’anima in questa vita terrena giunge con un determinato scopo e la luce di quello scopo viene accesa in seguito in quell’anima. L’esperienza esteriore è molto importante e siamo così coinvolti da essa che è l’unica cosa di cui siamo consapevoli e così dimentichiamo il nostro vero essere. Questo ci impedisce di stabilire un contatto con l’anima che siamo. L’identificazione con quella personalità limitata è responsabile di tutte le difficoltà della società umana, perché le personalità sono differenti, hanno idee diverse interessi diversi, ed entrano facilmente in conflitto con le altre, generando aggressioni, sofferenza e disarmonia. Ma il nostro cuore non può mai essere felice quando c’è disarmonia perché il nostro vero essere divino è connesso con tutta la creazione e desidera vivere l’unità della creazione e vederla in armonia. Per poterlo fare dobbiamo controllare il nostro nafs. Hazrat Inayat Khan dice che tutte queste aggressioni e lotte sono causate dai nafs e se vogliamo creare pace dobbiamo controllare i nostri nafs. Questo è anche quello che apre la via al viaggio interiore. Dobbiamo staccarci da questa personalità esteriore in modo da poter aprire il nostro cuore all’esperienza del Divino. 

Dobbiamo considerare che nel viaggio interiore e nella scuola interiore gli esercizi mistici sono importanti, ma altrettanto importante, forse anche di più, è applicare questi ideali nella nostra vita, imparando a controllare il nafs, il falso ego. Solo in questo modo possiamo espanderci, capire ed estendere la nostra anima alle altre persone. Possiamo così creare armonia nella nostra vita, che è la chiave della felicità. In questo modo, la vita interiore intesa come esercizio, può andare di pari passo con la vita esteriore nel modo in cui viviamo, nel modo in cui sviluppiamo i rapporti con le altre persone. Anche il discepolato è molto importante, non solo per gli esercizi che vengono dati ma perché il maestro ci aiuta nell’altra vita, in quella interiore, e ci aiuta anche a vedere la vita esteriore da un altro punto di vista. Questo spiega la qualità sacra del nostro lavoro nella vita interiore. 

Ma perché è segreta? 

Questo è ancora più difficile da capire. Gli esercizi in sé non sono segreti, sono stati descritti in tanti libri. Nei contatti con le diverse religioni si trovano esercizi, pratiche mistiche, che sono stati vissuti nell’arco di secoli o millenni. Pir-o-Murshid Hidayat Khan, l’attuale guida della scuola interiore, spiega nei suoi libri in grande dettaglio alcuni degli esercizi più importanti della scuola interiore. Quindi in questo senso non c’è nessuna segretezza per quanto riguarda gli esercizi. Ma ciò che è importante è che ogni mureed consideri gli esercizi che gli sono stati affidati come una cosa segreta che è stata affidata ad ognuno di loro personalmente. Perché è molto personale, preziosa, un aiuto per rivolgersi verso l’interno, invece di rivolgersi verso l’esterno, disperdendo parte dell’energia che andrebbe rivolta verso l’interno. C’è il pericolo che raccontando alla gente dei bellissimi esercizi che si stanno facendo, il nafs, in un certo senso, ne prenda il controllo. Magari si comincia a pensare: “che bello sto facendo questi esercizi”, e in questo modo si cade nella trappola del nafs e si elimina ogni possibilità di esperienza interiore perché non c’è più il giusto atteggiamento. Questo è uno dei motivi per cui è importante che ciascuno di noi consideri segreti questi esercizi. In un certo senso il fatto di non parlarne, tranne che con l’iniziatore, rappresenta una disciplina. È importante ogni tanto parlarne con l’iniziatore, per vedere se li facciamo in modo giusto o se eventualmente sia meglio cambiare o ricevere un altro esercizio. C’è un altro motivo: lo stesso esercizio può essere trasmesso in modi diversi, con variazioni diverse. Ci sono tantissimi wazifa, e l’arte dell’iniziatore sta nel dare il tipo giusto di wazifa nel momento giusto ad ogni mureed, nel modo che è più adatto a quel particolare mureed. È proprio per questo che non serve discuterne con altri mureed, si crea solo confusione, perché magari abbiamo ricevuto lo stesso tipo di esercizio, ma con modalità e finalità diverse. Parlandone un mureed lui può cominciare a pensare: “ma ora che ho sentito questo il mio esercizio è giusto?”, perché il rapporto con l’iniziatore è molto sottile. C’è anche un terzo motivo importante ed è che ogni pratica che il maestro spirituale affida ad ogni mureed crea anch’essa un legame con il maestro. Il maestro dà una benedizione tramite quel particolare esercizio e quindi non è semplicemente un mantra che si ripete ma è anche una benedizione che si riceve dal maestro. È il pensiero del maestro che ha suggerito questo esercizio. Uno psicologo francese che ha vissuto a lungo in India, che ha avuto contatti con numerosi guru per vivere la vita interiore e allo stesso tempo per capirla dal punto di vista della psicologia moderna, descrive alcuni aspetti molto interessanti. Dice che nella tradizione indiana, il rapporto tra mantra e maestro viene capovolto, nel senso che il mantra o wazifa, o qualsiasi altro esercizio, è un mezzo, uno strumento che permette alla potenza spirituale del maestro di operare attraverso quel mezzo. Questo psicologo chiarisce il concetto con la solita storiella di un re indiano. Il suo primo ministro aveva un guru e regolarmente diceva un mantra. Il re se ne accorse e lo trovò molto interessante. Chiese: “Primo ministro puoi insegnarmi questa pratica”? Il primo ministro rispose: “Mi dispiace ma non posso farlo, non sono un guru”. “Perché non puoi?” Allora il primo ministro si rivolse ad una guardia e le ordinò con voce ferma: “Arresta quest’uomo!”, indicando il re. La guardia armata ovviamente non si mosse. Allora il primo ministro ripeté di nuovo “Arresta quest’uomo!!!”, puntando sempre il dito verso il re, ma la guardia non si mosse. Allora il re spazientito disse: “La smetta con queste scemenze”, e ordinò alla guardia: “Arresta quel tale” e la guardia immediatamente arrestò il primo ministro. Il primo ministro allora disse al re: “Avete visto che differenza fa se la stessa parola viene detta da una persona o da un’altra?! Il risultato è molto diverso in base a chi dice la stessa cosa”. Quella fu la sua spiegazione. Il risultato, quindi, è il collegamento spirituale fra allievo e maestro, e questo ci porta alla tematica del discepolato. Ho già spiegato che dobbiamo avere un atteggiamento diverso rispetto a quello della vita esteriore, serve un atteggiamento ricettivo, di apertura del cuore. Quindi è proprio l’opposto dell’atteggiamento che usiamo nella vita esteriore. Nel bellissimo libro che ho citato prima, La Vita Interiore, Hazrat Inayat Khan spiega che nella vita esteriore bisogna essere attivi con la volontà, mentre nella vita interiore bisogna essere passivi, arrendevoli. Quando nella vita interiore ci si arrende arriva ispirazione o intuito e allora ci si può volgere verso la vita esteriore e agire in funzione di questa ispirazione. In questo modo la vita interiore e la vita esteriore possono procedere insieme, di pari passo, in modo molto bello. Infatti, Hazrat Inayat Khan dice che arriviamo alla pienezza della vita soltanto se viviamo sia la vita esteriore che quella interiore. Questo comporta, ovviamente, delle conseguenze per il nostro modo di vivere: ad esempio, dobbiamo disimparare. Nel mondo esterno dobbiamo sempre imparare dall’inizio alla fine, non facciamo altro che imparare, dai genitori, dalla scuola, dall’università, dall’esperienza del lavoro, dai libri, da mille cose, accumuliamo continuamente conoscenza. Ma per la vita interiore è importante disimparare, dice Hazrat Inayat Khan. Questo può sembrare molto strano a prima vista: adesso che abbiamo imparato tutte queste cose ora dobbiamo disimpararle? Ma disimparare non significa che bisogna dimenticare tutto, significa che non ci si deve sentire legati a quanto si è imparato. Non bisogna essere attaccati a ciò che si è imparato nella vita esteriore e così si ha la possibilità di sviluppare un punto di vista più ampio. Hazrat Inayat Khan dice che il Sufi dovrebbe vedere tutto da due punti di vista: il suo e quello dell’altro. Con tutte le nostre conoscenze esteriori abbiamo costruito un castello di sofisticazione che è sempre il nostro punto di vista, e in esso ci imprigioniamo. Bisogna fare un passo indietro o al di fuori per cercare di metterci al posto di un’altra persona con cui vogliamo lavorare o vivere, e cercare di vedere le cose dal punto di vista di quella persona. Hazrat Inayat Khan definisce questo come un ampliamento della coscienza, della consapevolezza. Questo facilita il liberarsi, lo staccarsi da quel castello. Questa è la condizione per imparare ad essere veramente tranquilli. In tutto questo il maestro spirituale può essere di grande aiuto. Innanzitutto con gli esercizi che dà e inoltre per discutere di situazioni e problemi che si incontrano nella vita. Nella nostra scuola interiore la cosa importante è il messaggio di libertà spirituale. Non è come in altre scuole dove il maestro dà istruzioni, impartisce ordini e dice di fare questo o quello. Qui è più una situazione dove il maestro ascolta ciò che il mureed ha da dire o da chiedere e poi mostra come potrebbe vedere la cosa da un altro punto di vista. In questo modo il mureed, in un certo senso, si vede in uno specchio e questo gli permette di prendere le distanze dal suo se esteriore in modo che possa svilupparsi il punto di vista più elevato. È l’arte dell’aprirsi in modo che possa arrivare la risposta al quesito. Il maestro spirituale non dirà al mureed di fare qualcosa ma permetterà al mureed di avere la risposta dalla sua interiorità. Deve essere un rapporto di grande fiducia, dato che spesso si discute anche di cose personali. La gente a volte pensa: “Ma posso ricevere indicazioni dalla mia coscienza”. Certo, questo è possibile, ma assume un grande valore poterne parlare con un'altra persona che rispettiamo profondamente, che siamo disposti ad ascoltare. In questo modo possiamo più facilmente individuare certe idee limitanti saldamente radicate in noi stessi. Rimane sempre il quesito relativo al maestro spirituale. Il maestro non è una persona perfetta, può darsi che scopriamo in lui qualche manchevolezza, può essere che ci deluda e in tal caso dovremmo distogliere l’attenzione da ciò. Dovremmo assumere un atteggiamento che non presta attenzione alle eventuali manchevolezze che potremmo vedere in lui. Vedere in lui solo il canale attraverso cui può giungere a noi l’ispirazione divina. Lo stesso psicologo summenzionato disse che il rapporto del discepolo con il guru non deve essere un culto della personalità come la gente pensa. Il guru deve essere invece visto come una finestra verso la divinità. Poi possiamo scegliere se soffermarci sulla struttura della finestra o vedere attraverso di essa il bellissimo cielo che c’è al di là. Questo dovrebbe essere l’atteggiamento. Nel Movimento Sufi siamo molto felici di avere questa scuola interiore dove c’è un buon numero di iniziatori che sono progrediti sul sentiero spirituale e sono in grado di iniziare, ma loro stessi sono soltanto i rappresentanti di Pir-o-Murshid Hazrat Inayat Khan, che ha fondato questa scuola, e del Pir-o-Murshid che sta guidando ora questa scuola. Quindi, si dovrebbe creare un canale attraverso il quale l’ispirazione di Hazrat Inayat Khan stesso possa arrivare fino a noi. Se questo viene visto chiaramente, ci protegge dal pericolo di sviluppare un potere personale eccessivo che potrebbe crescere nel maestro e nel rapporto tra discepolo e maestro. Il pericolo esiste sempre perché il nafs è un nemico molto pericoloso che dobbiamo continuare a combattere e che non cede mai. Possiamo vincere in molti modi questo nafs, possiamo individuare molti dei suoi tranelli, ma ne inventerà sempre di nuovi. Forse abbiamo superato un certo tipo di vanità e stiamo lavorando alla vita interiore ma c’è il pericolo che ne spunti un’altra, che ci indentifichiamo con il ruolo che giochiamo nella vita interiore o che riteniamo i nostri esercizi qualcosa che dobbiamo acquisire e che ci può dare potere. Allora manchiamo lo scopo. Questi esercizi servono solo a permetterci, a darci lo stimolo, per mettere a tacere la mente e arrenderci al Divino. Sia per i mureed che per l’iniziatore. È per questo scopo che lavoriamo nella Scuola Interiore del Sufismo. Siamo tutti molto umani, nessuno è senza difetti, manchevolezze, ma ci stiamo lavorando nella speranza di capire sempre di più e lavoriamo per sconfiggere questo falso ego, per arrivare alla libertà che viene dal distacco, dall’indifferenza e dall’indipendenza, rappresentate dalle due ali del simbolo Sufi, che ci permettono di aprire il cuore e lasciare che si elevi verso le sfere celesti. È bellissimo se questo viaggio può essere percorso in contatto amichevole con l’iniziatore, la guida spirituale, che cammina insieme a noi sul sentiero, in modo che attraverso tutte le difficoltà della vita saremo sempre in grado di sintonizzarci con lo spirito del Divino che ci ispirerà e ci mostrerà sempre la via. 

Sempre e solo quando lo desideriamo, quando ci apriamo: solo allora l’ispirazione verrà data, se Dio vorrà. 



Forza di volontà

La forza di volontà gioca un ruolo importante nella costruzione del carattere, e la forza di volontà diventa debole quando si cede ad ogni piccola tendenza, inclinazione, e fantasia si abbia. Quando si lotta contro ogni piccola fantasia, tendenza e inclinazione, si impara a lottare con se stessi, e in tal modo si sviluppa forza di volontà. Quando inclinazioni, fantasie e tendenze sono diventate più forti della forza di volontà, allora si incontrano nella propria vita molti nemici che esistono nel proprio sé, e si scopre che è difficile combatterli; perché inclinazioni, fantasie e tendenze, quando sono potenti, non permettono alla forza di volontà di lavorare contro di loro. Se esiste qualcosa di simile all’abnegazione, è questa pratica; e con questa pratica, col tempo, si raggiunge un potere che si potrebbe chiamare padronanza sul proprio sé.

Nelle piccole cose della vita di ogni giorno si trascura questa considerazione perché si pensa: “Queste sono le mie tendenze, le mie fantasie, le mie inclinazioni, e rispettandole rispetto me stesso; considerandole considero me stesso”. Ma si dimentica che quello che si chiama “me” non è il sé. Il sé è quello che vuole. Perciò, nella preghiera Cristiana si dice: “Sia fatta la Tua volontà”, che significa: “Sia fatta la Tua volontà, quando opera tramite me”; in altre parole: “Sia fatta la mia volontà, che è la Tua volontà”.

È questa illusione di confondere ciò che si possiede con se stessi che crea ogni illusione e impedisce alle persone la realizzazione di sé.

La vita è una lotta continua. Lottiamo con le cose che stanno fuori di noi, e così offriamo un’opportunità ai nemici che esistono nel nostro stesso essere. Perciò la prima cosa necessaria nella vita è far pace per il momento con il mondo esteriore per prepararsi alla guerra che deve essere combattuta dentro se stessi. Una volta che la pace all'interno è stata creata, grazie a ciò si acquisiranno la forza e il potere sufficienti da usare nella battaglia della vita dentro e fuori di sé. L'autocommiserazione è la peggiore miseria. Quando diciamo: "Io sono" con commiserazione, prima di aver detto qualcos'altro di più, abbiamo diminuito quello che siamo della metà, e ciò che viene detto successivamente ci sminuisce del tutto. Dopo, di noi non è rimasto più nulla. C'è tanto nel mondo che possiamo commiserare e per cui sarebbe giusto provare pietà. Ma se non abbiamo tempo libero dal nostro sé, non possiamo prestare attenzione alla condizione degli altri nel mondo. La vita è un lungo viaggio, e più abbiamo lasciato il nostro sé alle spalle, più siamo progrediti verso la meta. In verità, quando si perde il falso sé, si scopre il vero sé.


* * *

Domanda: Perché proviamo soddisfazione nell’autocommiserazione?

Risposta: La ragione è che per natura troviamo soddisfazione nell’amore. E quando siamo confinati a noi stessi, incominciamo ad amare noi stessi; a causa dei nostri limiti abbiamo autocommiserazione. Ma, quindi, l’amore di sé porta sempre insoddisfazione, perché il sé è fatto per amare; e quando amiamo, la prima condizione dell’amore è che ci dimentichiamo di noi stessi. Non possiamo amare un’altra persona amando contemporaneamente il nostro sé. La condizione dell’amore è dimenticare se stessi; allora si sa come amare. Se si dice: “Dammi sei centesimi e ti darò uno scellino”, questo è un altro genere d’amore.


Domanda: Con falso sé intendi l’ego?

Risposta: Sì, con falso sé intendo il falso ego, l’ego che inganna, qualcuno che ha dato a se stesso l’aspetto dell’ego. La ragione è che l’ego umano è un falso ego. Che cos’è l’ego? È la linea che connette Dio all’umanità; un’estremità di questa linea è umana, l’altra è Dio. Quindi, l’estremità che è l’ego umano è falsa, perché l’abbiamo coperta con il falso ego. L’ego è vero. È divino, non può essere nient’altro. Ma una persona lo copre con illusioni e lo chiama “me”, “me stessa”. Quando questa errata concezione viene superata dalla conoscenza, dall’amore, dalla saggezza o dalla meditazione, allora è proprio come le nuvole che coprono il sole, che vengono disperse; e il vero ego viene fuori, il solo ego che c’è.

Domanda: È facile dire: “Sia fatta la Tua volontà”?

Risposta: Ci sono due modi di considerare la cosa: il modo del maestro e dello del santo. Il modo del santo è: “La Tua volontà sia fatta”; il modo del maestro è: “La mia volontà sia fatta”. Alla fine entrambe le cose diventano una sola. Ma dire: “Sia fatta la Tua volontà” è rassegnazione.


Domanda: È possibile per un ego venire sulla terra e non essere mai coperto dalle nubi dell’illusione?

Risposta: No, la bellezza è venire fuori da quella illusione. Se si arrivasse saggi, non ci sarebbe alcuna gioia nell’uscirne. La gioia è nello svelare. La questione è, che cos’è l’ego? L’ego è ciò che in noi dice “io”. È l’ego che dice. “Questo è mio”. Quando diciamo: “Mi dispiace”, cos’è in noi che dice “mi dispiace”? È il nostro ego, non la nostra mano, il nostro occhio, il nostro orecchio.

Domanda: La differenza tra falso e vero ego è la differenza tra egoismo e altruismo?

Risposta: Sì, il risultato della manifestazione del vero ego è l’altruismo. È una conseguenza naturale del vero ego. E più una persona è assorbita nel falso ego, più è egoista.


Domanda: Dire: “Mi dispiace” è un atto di compassione. Come può quindi l’ego dire questo?

Risposta: Il vero ego non conosce dolore; è felicità. Desideriamo la felicità perché il nostro vero essere è felicità. Dio è felicità. Ci sono molte persone che non desiderano Dio, ma desiderano la felicità. È la stessa cosa. Ad esempio, un ateo dice che Dio non c’è, ma desidera la felicità. Dio è felicità.

Cinque cose necessarie a uno studente

Message papers

Miei studenti, non serve spiegare a parole la gioia che provo nel venire qui e rivedervi di nuovo. Perché con l’iniziazione siamo così uniti che la distanza in realtà non è una distanza. Tuttavia, su questo piano fisico anche incontrarci insieme è necessario. E ora desidero spiegare quante cose sono necessarie a uno studente.

LE PRATICHE

La prima cosa davvero necessaria a uno studente è cercare di continuare a praticare gli esercizi che vi sono stati dati, senza nessuna interruzione. Se siete stanchi, se siete troppo impegnati, se le condizioni non sono favorevoli, non intendo che si faccia pressione su di voi, ma intendo che continuare a fare questi esercizi senza interruzione tra loro è per il vostro miglioramento.

Credereste, se così posso dire, che l’effetto di certe pratiche arriva anche dopo dieci o dodici anni? Una persona senza pazienza potrebbe pensare: “ Non ho avuto effetti immediati dopo due, tre mesi”. Ma può non pensare così. Se fossero semi che piantate nella terra, metterebbero radici e crescerebbe una pianta. Ma perché la pianta produca frutti occorrono anni. Questa è la semina spirituale. In alcuni casi potrebbe richiedere molto tempo. In alcuni casi il risultato potrebbe mostrarsi il giorno dopo. Ci sono alcune piante che crescono più velocemente, altre che hanno bisogno di tempo per produrre frutti. Ma tuttavia la semina spirituale ha il suo risultato, e un risultato certo. Non dubitate mai, quindi, non scoraggiatevi, non abbandonate la speranza; ma continuate, perseverando su questo sentiero.

LO STUDIO

Ora, la seconda necessità per uno studente è una parte di studio. Non deve essere uno studio soltanto come leggere un libro; deve essere uno studio che imprima sul proprio cuore Gatha, Gatheka, tutti i materiali di studio che vi vengono dati, per quanto sembrino semplici da capire. Perché scoprirete che questo è in sé creativo. Al momento è una frase; dopo sei mesi la stessa frase fiorirà, in quella frase arriveranno rami, fiori, e frutti. E’ una frase semplice, ma è una frase viva. Più la studiate e la capite, più sentite che sarà creativa.

Quindi non consideratelo soltanto uno studio, ma una meditazione, anche nei vostri studi.

EQUILIBRIO

La terza cosa importante nella vita di uno studente è vivere una vita di equilibrio tra attività e riposo, di regolarità. Non troppo lavoro, non troppo riposo: un equilibrio tra attività e riposo. Perché quando presentiamo un’idea al mondo saremo responsabili di mostrarla nelle nostre vite. Quindi la nostra vita deve essere il più equilibrata possibile. Oltre a ciò, nel mangiare, nel bere, deve esserci una sorta di moderazione, che sono certo che molti di voi hanno. E una sorta di considerazione dal punto di vista meditativo. Perché per la crescita spirituale un certo cibo è più raccomandato di un altro. Dunque noi, nel sentiero spirituale, non possiamo sempre ignorare questo aspetto.

ATTEGGIAMENTO

Ed ora veniamo alla quarta cosa, quale deve essere il nostro atteggiamento verso gli altri? Verso gli studenti il nostro atteggiamento deve essere di affettuosa comprensione. Verso i non studenti il nostro atteggiamento deve essere di tollerante comprensione.

La cosa migliore al mondo è non imporre agli altri quello che pensiamo e quello in cui crediamo. Imponendolo agli altri lo vanifichiamo soltanto. Discutendo, argomentando con loro, non realizziamo nulla.

Inoltre, è assai consigliabile che uno studente limiti la sua conversazione così da non dire cose che possano sembrare agli altri troppo occulte, troppo mistiche, troppo spirituali. La nostra conversazione deve essere una conversazione normale. Alla gente piace parlare di cose riguardanti spiriti, fantasmi, elementali, apparizioni ed ogni sorta di cose, alla gente piace parlare della loro passata, della loro presente e della loro prossima reincarnazione, di quello che sono e di quello che saranno. Non dobbiamo coinvolgerci a parlare di queste cose. Queste cose ogni individuo le deve scoprire da sé. Parlando non facciamo del bene né a noi stessi né agli altri.

Se potessimo parlare soltanto delle cose semplice della vita di ogni giorno, ci sono cosi tante cose che avremmo abbastanza argomenti di cui parlare con gli altri. Le idee dell’aria devono essere lasciate all’aria. Stando sulla terra dobbiamo parlare della vita quotidiana, lasciando ogni individuo libero come a noi stessi piace essere lasciati liberi.

Inoltre, il Sufi non dà un’idea definita di queste cose perché il Sufismo è libertà, libertà di concezione, libertà di credo. Non dà alla gente alcun dogma, che tu debba credere a questo o a quello. Non offre all’umanità dogmi particolari, e molto spesso per la stessa ragione il Sufismo è accusato di essere contro certi dogmi. Ma non è così. Se non ne parliamo, non significa che siamo contro di essi, ma perché non ci piace parlarne. Preferiamo rimanere in silenzio che parlarne troppo.

Queste sono cose per una conversazione intima. Quando uno studente parla col suo maestro, con il suo compagno di studi, forse ne parla. Queste non sono cose di cui parlare al tavolo del tè. Renderebbe le leggi interiori della vita e della natura ridicole. Dal momento che la natura, la vita stessa copre le sue leggi, allora significa che è meglio che siano coperte. Quando le scopriamo commettiamo certamente un errore contro la natura intima delle cose. Quindi questo è chiamato Sufismo. Con la parola Sufismo si intende conservare la copertura sulle leggi nascoste della natura che sono state create per stare coperte. Quando le si svela significa in primo luogo che non si conosce il loro valore. Allora non si va avanti; non si può andare oltre. E’ chi conosce il loro valore che andrà avanti. Chi non ne ha rispetto, chi le porta al mercato, non può andare avanti; ha un regresso. Quando andremo avanti dovremo affrontare una grande prova. Quando la gente sa che ci occupiamo di queste cose, ci farà un sacco di domande. Vorranno che facciamo profezie, vorranno che diciamo cose insolite, cose che li interesseranno. Saremo messi alla prova: potete davvero vedere che è il sentiero del silenzio. Più teniamo le labbra chiuse più la via si apre, più le porte vengono aperte per noi. Il nostro stesso atteggiamento le apre. Noi dobbiamo solo aspettarcelo. Quello che non è comune, non è comune. Quando vogliamo renderlo comune questo significa far scendere il Paradiso sulla terra, invece di sollevare la terra verso il Cielo.

Il nostro atteggiamento con gli altri deve quindi essere umile, senza pretese, e normale.

APPLICAZIONE

Ora la quinta cosa. Non dobbiamo limitare la nostra meditazione e le nostre preghiere ai momenti fissi in cui le facciamo, perché questo è solo girare attorno alle cose. Ma nella nostra vita di tutti i giorni dovremmo portarne il senso nelle nostre azioni, in tutto ciò che facciamo a casa e fuori. Dobbiamo usare questo potere e questa ispirazione latenti risvegliati dalle nostre meditazioni; dovremmo utilizzarli. Facendo le pratiche per usarle, da tutto ciò che facciamo trarremo beneficio noi stessi e gli altri.

Atteggiamento ( da Psicologia)

È dal nostro atteggiamento che dipende tutta la nostra vita; con l’atteggiamento si raggiungono risultati desiderabili o indesiderabili. In genere tutta la difficoltà nella vita di una persona è che non è padrona del proprio atteggiamento. Per quanto istruito, per quanto intelligente, o per quanto spirituale un uomo possa sembrare, se non ha controllo sul suo atteggiamento e nessuna intuizione dell’effetto di quell’atteggiamento, non è andato molto avanti sul sentiero. 

Sebbene un giusto atteggiamento sia una qualità innata, può essere cambiato e sviluppato. Una mente in buone condizioni ha un giusto atteggiamento, una mente in cattive condizioni un atteggiamento sbagliato. A volte la mente si mette in una posizione complicata o che crea difficoltà, non è nella sua giusta condizione, e allora qualunque persona veda le sembra sbagliata e qualunque cosa faccia diventa sbagliata. Nella vita di alcune persone questo accade molto spesso, in quella di altre solo a volte. 

In Sanscrito c’è un detto che quando arriva un brutto momento nella nostra vita, la mente cambia il suo atteggiamento. Ma chi considera la mente come una bussola che punta sempre nella direzione giusta, e chi continua a credere in questo, troverà sempre il giusto atteggiamento. E una volta che una persona ha la chiave del suo atteggiamento nella vita, allora tutto può esserle utile, come ad esempio umiltà e orgoglio. Chi ha l’umiltà come suo principio è incapace di orgoglio, e chi ha l’orgoglio come suo principio è incapace di umiltà: a uno manca la gamba destra, all’altro la sinistra, e in entrambi i casi manca qualcosa. C’è un tempo in cui vince l’umiltà, in cui l’umiltà eleva la propria posizione, in cui intenerisce i cuori, in cui è la virtù più grande nella vita di un uomo; e in simili momenti è un grave errore se l’umiltà è assente. Ma poi c’è un tempo in cui l’orgoglio ha il suo posto, in cui l’orgoglio deve giocare un ruolo, in cui eleva una persona, o in cui la sostiene; e in quel momento una persona è perduta se segue il principio dell’umiltà. 

Quindi la cosa più importante non è il principio, è come utilizzare il principio. Quando diciamo a un compositore: “La musica che hai composto è meravigliosa”, e lui risponde: “Certamente lo è”, è come se tutta la sua composizione fosse diventata stonata; in un caso come questo avrebbe armonizzato la sua musica avendo umiltà. Ma quando una persona è spinta in modo molto insistente dai suoi amici ad andare a bere in un bar, il che potrebbe essere giusto per i suoi amici ma non per lei, se il suo orgoglio in quel momento l’aiutasse e dicesse: “Mi dispiace, non posso venire” sarebbe molto meglio dell’umiltà o del mostrare loro cortesia dicendo: “Verrò”. 

Lo stesso avviene con l’ottimismo e il pessimismo. Ci sono persone che ostinatamente si attengono all’ottimismo, e ci sono altri che pensano che sia saggio essere sempre pessimisti. Entrambi sbagliano. L’ottimismo ha la sua funzione e così anche il pessimismo. Se una persona considera ogni segno di sfortuna con pessimismo, forse sarà in grado di scongiurare una sventura imminente. Se ad esempio un giovane violinista, che ha tra il pubblico forse cinquanta persone che lui stesso sente che non lo apprezzano, è pessimista per quanto riguarda quel sentimento, col tempo scoprirà che tutti nel pubblico lo apprezzeranno. Ma se questo pessimismo si sviluppa troppo alla fine scoprirà che tutti nel pubblico sono contro di lui. 

Ci sono alcune cose riguardo alle quali dobbiamo essere pessimisti, e altre riguardo a cui dobbiamo essere ottimisti, ed entrambe sono necessarie nella vita. Se qualcuno dice: " Il tuo amico non è gentile con te, non ti ama, non è un vero amico per te", e noi manteniamo un atteggiamento incredulo verso questa critica, questa critica rimarrà negativa, e non avrà nessun effetto su di noi o sul nostro amico; mentre se ci crediamo, la nostra convinzione col tempo permetterà allo stesso attributo di manifestarsi nel nostro amico. 

Quando un uomo dice:" Sto andando a combattere, ma dubito che vinceremo", sarebbe meglio che non combattesse; ma chi nota tutti i segnali che mostrano che non può esserci vittoria e tuttavia sente che succederà, alla fine sicuramente vincerà. 

Avere un atteggiamento pessimista verso tutto ciò che non dovrebbe accadere e avere un atteggiamento ottimista verso tutto ciò che si desidera che accada, è una gran cosa. Molto spesso una persona, accecata dai fatti, fallisce miseramente a causa loro, e a volte la verità è nascosta dai fatti; ma dovrebbe piuttosto ignorare i fatti e attenersi al suo punto di vista ottimista. Il secondo atteggiamento è come stare nello spazio, e il primo è come strisciare sulla terra. In India c'è un detto che tutti gli indiani conoscono: "Se l'atteggiamento è giusto, allora tutto diventerà facile", e con giusto atteggiamento si intende il giusto atteggiamento verso la vita. 

C'è poi la questione della speranza e della rassegnazione. La rassegnazione è la qualità dei santi, e la speranza è la qualità dei maestri; ma in tutte le anime illuminate c'è un equilibrio. La rassegnazione preferibile è la rassegnazione al passato. Dovremmo essere rassegnati a tutto ciò che abbiamo sofferto, a tutto il dolore che abbiamo patito, a tutto ciò che è andato storto, a tutto ciò che abbiamo perso; ma non dovremmo mantenere questa rassegnazione per le cose del presente, perché il presente dovrebbe essere affrontato con speranza. Se si è speranzosi a volte si è in grado di cambiare la propria vita, mentre se si è rassegnati si permette alle condizioni di andare avanti per tutta la vita. 

Anche un attributo così grande e meraviglioso come la contentezza, che è il segno dei santi, a volte potrebbe rivelarsi svantaggioso nella propria vita. Quando una persona è contenta delle condizioni della sua vita questo influirà sul suo entusiasmo, e col tempo il suo entusiasmo si paralizzerà, mentre il suo cuore scontento sprigiona un entusiasmo che diventa una batteria che le consente di andare avanti. Sovente la contentezza si rivela un errore nella gente che potrebbe mostrare armonia, calma, pace, e gentilezza nella sua natura, ma che nello stesso tempo non va oltre. Ma anche con le cose che non possono essere migliorate, con le situazioni che non possono essere cambiate, con le condizioni che rimarranno sempre le stesse, si potrebbe essere contenti. 

Inoltre, se ci si è elevati al di sopra di certe cose nella vita ad esse non si attribuisce più alcuna importanza; essere contenti in quel caso è la contentezza dei saggi, dei sapienti. Ma se si desidera ottenere le cose che si considerano molto importanti per se stessi, non ci si dovrebbe accontentare, non si dovrebbe praticare la contentezza ma l'entusiasmo. Si dovrebbe lasciare che l'entusiasmo cresca in modo tale che la forza di volontà possa usare quell'entusiasmo per produrre i risultati da esso desiderati. 

Ci sono due tendenze diverse. C'è la persona che sente che deve fare qualcosa esteriormente, che deve concluderla; ma sebbene si impegni non ha speranza di successo. Può studiare per un esame o lavorare con le sue mani e con la testa, ma in fondo alla sua mente mantiene il pensiero che forse non avrà successo. 

Ho conosciuto una scrittrice che aveva questa tendenza. Aveva molto talento, e aveva tutte le probabilità di avere successo, ma questa tendenza alla sfortuna era così forte che ogni volta che scriveva qualcosa si chiedeva:" Sarà veramente accettato? Lo apprezzeranno veramente, mi chiedo?". Il suo primo pensiero era un rifiuto. E cosa accadeva? Finiva degli splendidi articoli, saggi e libri, ma quando venivano mandati a un editore non venivano mai accettati. Non era un errore del suo saggio o del suo articolo: era il suo atteggiamento. L'influenza che metteva in essi distruggeva tutto. 

Poi c'è un’altra tendenza, la tendenza di una persona che non concluderà nulla, che non farà nulla ma sarà soltanto speranzosa. Sarà anche delusa, perché è piena di speranza per nulla; spera che accadano cose meravigliose, ma non si muove, non lavora per ottenerle. 

Di questi due tipi di persone sembra che la prima abbia il corpo ma non la mente, e che l'altra abbia la mente ma non il corpo; a entrambe manca qualcosa. È l'equilibrio che produce risultati desiderabili: da un lato la speranza dall'altro la perseveranza. Poi ci sono anche alcuni che sono molto appassionati nella perseveranza ma nello stesso tempo non hanno nient'altro che la perseveranza. Sono esattamente come una macchina che può produrre o fare qualcosa; ma innanzitutto deve esserci un ingegnere per farla funzionare. La macchina non può funzionare da sola. Questo rende una persona molto dipendente. 

In conclusione, il giusto atteggiamento è mantenere un equilibrio tra ragione e speranza. Devono esserci i fatti, e insieme ai fatti deve esserci la volontà. La speranza dovrebbe avere le sue fondamenta su un terreno che è solido e forte; e se una persona che ha un atteggiamento speranzoso ha saldamente fatto affidamento sul terreno della ragione, senza dubbio raggiungerà il successo.

Gratitudine


La gratitudine nel carattere è come la fragranza nel fiore. Una persona in cui la gratitudine sia assente, per quanto istruita e qualificata nel lavoro della sua vita, è priva di quella bellezza di carattere che rende fragrante una personalità. 

Se rispondiamo ad ogni piccolo atto di gentilezza con riconoscenza, sviluppiamo nella nostra natura lo spirito di gratitudine; e imparando questo ci eleviamo allo stato in cui incominciamo ad essere consapevoli della bontà di Dio verso di noi, e per questo non possiamo mai essere abbastanza grati alla Sua compassione divina. 

Il grande poeta Sufi, Sa'di insegna che la gratitudine è il mezzo per attirare il favore, il perdono e la misericordia di Dio su di noi in cui si trova la salvezza della nostra anima. C'è molto nella vita per cui possiamo essere grati, nonostante tutte le difficoltà e i problemi della vita. 

Sa'di dice:" Il sole, la luna, la pioggia, le nubi son tutti impegnati a preparare il cibo per te. È davvero ingiusto se non lo apprezzi nella riconoscenza.” 

La bontà di Dio è qualcosa che non si può imparare a riconoscere immediatamente; occorre tempo per comprenderla. Ma i piccoli gesti di gentilezza che riceviamo da chi ci circonda possiamo riconoscerli, e possiamo essere grati se vogliamo esserlo. In questo modo l’uomo sviluppa gratitudine nella sua natura, e la esprime nei suoi pensieri, nelle sue parole, nelle sue azioni come una squisita forma di bellezza. Finché si pesa e si misura e si dice: “Quanto ho fatto per te” e “Quanto hai fatto per me”, “Come sono stato gentile con te” e “Come sei stato buono con me”, si spreca il proprio tempo discutendo su qualcosa che è inesprimibile a parole; inoltre, con ciò si chiude la fontana di bellezza che sgorga dalla profondità del proprio cuore. La prima lezione che possiamo imparare sul sentiero della riconoscenza è dimenticare completamente quello che facciamo per un altro, e ricordare soltanto quello che l’altra persona ha fatto per noi. Durante tutto il cammino sul sentiero spirituale la cosa essenziale da realizzare è dimenticare il nostro falso ego, affinché in questo modo possiamo arrivare un giorno alla realizzazione dell’Essere Che noi chiamiamo Dio. 

C’è una storia di uno schiavo di nome Ayaz, che fu condotto al cospetto del re con altri nove schiavi, e il re ne doveva scegliere uno che diventasse il suo inserviente personale. Il saggio re diede in mano a ognuno dei dieci schiavi un bicchiere e gli ordinò di rovesciarlo. Tutti obbedirono all’ordine. Poi il re chiese a ognuno di loro: “Perché hai fatto questa cosa?”. I primi nove risposero: “Perché sua Maestà me l’ha ordinato”; la pura verità nuda e cruda. Poi arrivò il decimo schiavo, Ayaz: “Perdono, sire, mi dispiace”, perché si era reso conto che il re sapeva già che era un suo ordine; e rispose: “Perché me lo avete detto voi”, nulla di nuovo venne detto al re. La bellezza di questa espressione incantò il re a tal punto che lo scelse come suo inserviente personale. Non trascorse molto tempo prima che Ayaz conquistasse la fiducia e la confidenza del re, che gli affidò la cura del suo tesoro in cui erano custoditi preziosi gioielli. Questo improvvisa carriera da schiavo a tesoriere del re, una posizione che molti invidiavano, creò molta gelosia. Non appena la gente seppe che Ayaz era diventato un favorito del re incominciarono a raccontare numerose storie su di lui per farlo cadere in disgrazia agli occhi del re. Una delle dicerie era che Ayaz andava ogni giorno nella stanza dove i gioielli erano chiusi in cassaforte, e che li rubava ogni giorno, un po’ alla volta. 

Il re rispose: “No, non posso credere a una cosa simile! Dovete dimostrarmelo”. Perciò chiamarono il re quando Ayaz entrò nella stanza, e lo fecero stare in un punto dove c’era un buco da cui guardare nella stanza. E il re vide quello che stava accadendo. Ayaz entrò nella stanza e aprì la porta della cassaforte. E cosa tolse da lì? I suoi vecchi, logori abiti che aveva indossato quando era uno schiavo. Li baciò, li premette sul suo viso, e li mise sul tavolo. C’era incenso che bruciava, e questo perché quello che stava facendo era qualcosa di sacro per lui. Allora indossò questi abiti, si guardò allo specchio, e disse, nel modo in cui si direbbe una preghiera: “Ascolta, Ayaz, guarda quello che eri prima, È il re che ti ha creato, che ti ha dato la responsabilità di questo tesoro. Perciò considera questo dovere come una fiducia molto sacra, e questo onore come un tuo privilegio, e come un segno dell’amore e della gentilezza del re. Sappi che non è il tuo valore che ti ha portato a questa posizione. Sappi che sono la sua grandezza d’animo, la sua bontà, la sua generosità che hanno trascurato i tuoi difetti e che ti hanno concesso questo rango e questa posizione con cui ora sei onorato. Non dimenticare mai, quindi, il tuo primo giorno, il giorno in cui sei arrivato in questa città; perché è il ricordo di quel giorno che ti farà restare al posto giusto.” Poi si tolse i vestiti e li mise nello stesso posto nella cassaforte, e uscì. Quando uscì cosa vide? Vide che il re davanti al quale si inchinò lo stava aspettando col desiderio di abbracciarlo; e il re gli disse: “Che lezione mi hai dato, Ayaz! Questa è la lezione che tutti dobbiamo imparare, qualunque sia la nostra posizione. Perché davanti a quel Re alla cui presenza tutti noi siamo servitori, nulla dovrebbe farci dimenticare l'impotenza nella quale siamo stati allevati e cresciuti, e che siamo stati creati, per comprendere e vivere una vita di gioia. La gente mi ha raccontato che tu rubavi gioielli dalla mia cassaforte, ma venendo qui ho scoperto che tu hai rubato il mio cuore.